
La festa di Pietro e Paolo era ieri. Ho visto qualche immagine di una cerimonia ecumenica in tv, ho ricevuto una telefonata di auguri da mia sorella (mio fratello si chiama Paolo, così in famiglia si accorciava in Pier e Paolo). Ma dai, come puoi evitare un post?
Non lo evito. Per dire che Paolo non mi sta simpatico. Intendiamoci, non ne posso fare a meno. Sta lì ben collocato nella mia fede cristiana. Ma l’antipatia è un’altra cosa. Già stava meglio con il vecchio nome: Shaul. Ora Paulus è pretenzioso e ruffiano. Era in sintonia con la tessera da cittadino romano che portava nella scarsella insieme alla tessera da fariseo, figlio di farisei, integralisti anzi che no. Pannella con le sue numerose tessere in tasca non ha inventato nulla.
Capitemi, io faccio teatro e Paulus è un personaggio che si presta, anche alla satira (Gesù no, Gesù è terribilmente teso, non si rilassa mai o quasi). Ho tradotto un libro abbastanza destrutturante, diciamo così. Ora non ve lo racconto, semmai ve ne anticipo qualche tratto. Aveva un pungolo nella carne, ma non portava il cilicio. Sognava che un angelo lo schiaffeggiasse. Non parlava mai di donne sue. Come missionario era un disastro. Andò in Arabia felix (oggi Yemen) e che cosa avesse combinato laggiù non si sa ancora. Si sa che lo stanno ancora rincorrendo. Deve fuggire dai suoi della fraternità cristiana, a Gerusalemme non può stare. Si vanta di aver convertito molte sinagoghe, ma pare che il metodo fosse fare una chiacchierata con il rabbino, incontro dal quale risultava che la sinagoga di quel luogo aderiva alla fraternità cristiana. A Corinto prende una posizione autorevole, da Apostolo, e sbaglia, sbaglia tanto che deve scrivere un numero imprecisato di lettere ai Corinti, tutte permeate da un’autoesaltazione e dalla dimostrazione di non aver sbagliato. In una città portuale piena di prostitute, un uomo fa rimanere con sé, nella sua casa, la giovane seconda moglie di suo padre, morto anche lui, dopo sua madre. E cosa doveva fare, buttarla fuori di casa? Gettarla in pasto ai clienti?
Ma a Paulus preme la strategia romana. Bisogna osservare le leggi romane, che in questo caso non tollerano affinità (si sis affinis…), al contrario della legge giudaica del levirato che addirittura impone di sposare la moglie ancora feconda del fratello morto.
Paulus fa il diavolo a quattro per ottenere da Pietro la convocazione del Concilio di Gerusalemme. Ma in Concilio si celebra e si conclude in un modo tale che sembra ignorare la posizione di Paulus. Con la sua modesta visione del lenzuolo pieno di animali ritenuti impuri e con la voce che gli dice <mangia, e non considerare impuro quello che io ho creato puro>, Pietro comprende la novità del cristianesimo rispetto ai rituali sacerdotali e di casta del vecchio giudaismo, E così il Concilio. Ma Paulus ci si intrufola in mezzo complicando gli affari semplici e scivolando ora a destra ora a sinistra, ora nell’anarchia (se scrivo anomismo non mi capisce nessuno), ora nella disperazione gnostica.
Ho detto bene, Paulus si intrufola. Non era uno dei dodici apostoli, non conosceva neppure Gesù, ma sapeva parlare bene, e venne promosso con una sola e solitaria (senza testimoni) apparizione. Non faceva parte dei dodici e tuttavia la chiesa lo celebra anche oggi assieme a Pietro come colonna della chiesa primitiva. Ha usurpato il posto a Maria di Magdala? Una operazione culturale di compromesso, di grandissimo peso. Ora, qualcuno è giunto a dire che il cattolicesimo non nasce con Gesù, ma con Paolo. Non confondiamo. Io qui mi permetto di essere grottesco perché conosco i miei polli. C’è un’anima di verità in chi attribuisce tanto a Paolo: la scrittura. Io ritengo che la vera strategia missionaria del nuovo testamento e della chiesa antica sia il fatto che questo manipolo di settari giudaici scriveva. Tanto. Come nessuno a quell’epoca. E non Paolo, ma prima di Paolo. Gli inni cristologici e le dossologie liturgiche esistevano prima di Paolo. Ma ciò che unificava tutto era il fatto che quegli scritti venivano intinti col proprio sangue.
(Scusate, ve lo avevo detto, sono un uomo di teatro).